La bambina che amava Tom Gordon di Stephen King

Oggi sono tornata con una nuova recensione, e per chi mi segue su Instagram è già a conoscenza del mio amore incondizionato per Stephen King.

C’è un grande dibattito che circonda questo libro: da un lato chi sostiene che sia un capolavoro che accompagna e arricchisce la collezione di romanzi di zio King, dall’altro lato c’è chi sostiene che questo romanzo è al di fuori della normale scrittura del nostro autore a cui siamo abituati. Io francamente, mi affianco alla seconda ipotesi.

Copertina : Flessibile e immagine ben concentrata e idonea con il romanzo
Titolo:
La bambina che amava Tom Gordon
Autore: Stephen King
Data di rilascio: 2014
Genere: Romanzo Thriller
Valutazione: Personalmente ritengo che questo thriller psicologico scritto dal nostro caro King sia ben diverso dagli altri suoi romanzi. Ha come protagonista una bambina di nove anni di nome Trisha, e già di per sé un racconto con un personaggio così fragile comporta un bel po’ di inquietudine. Mi è piaciuta la composizione in sé del romanzo e il font utilizzato. Vi è una buona descrizione di luoghi, delle condizioni psicologiche e fisiche della bambina dispersa e le situazioni familiari.
Pensieri personali del libro: Il libro come ho già citato prima, ha come protagonista una bambina di nove anni di nome Trisha, denominativo di Patricia McFarland. Si trova a navigare nei boschi fitti per più di una settimana, nutrendosi di bacche e acqua di torrente. Nel suo percorso verso la sopravvivenza l’accompagnavano due immagini di persone a lei care, ma immaginarie in quella realtà, di Pepsi (una sua amica di gioco) e Tom Gordon (salvatore della squadra di baseball dei Red Sox, la preferita sua e di suo padre).

I genitori di Trisha erano separati e ogni fine settimana, la madre, portava lei e suo fratello più grande Pete nei boschi per percorrere i sentieri con mappa e le relative scorte di cibo.

Quella giornata di scampagnata fu un po’ diversa dalle altre. La madre e Pete continuavano a bisticciare o anche ladadada-dadada come veniva definito da Trisha, perché Pete voleva tornare dal padre e alla sua vecchia scuola, mentre la madre non voleva. Trisha si allontanò dal sentiero per far pipì e anche per non sentire più quelle voci assordanti, perdendo così la giusta via. Inizia ad incamminarsi nel bosco, sempre di più, finché non cadde giù da un dirupo senza riuscire a far più ritorno. Decise di percorrere il “torrente” perché secondo lei l’avrebbe portata alla civiltà, per scoprire giorni dopo che in realtà la portava solo nella palude con rane e cervi sgozzati. Dopo un paio di giorni, tra illusioni, febbre, tosse e pioggia, Trisha viene trovata da un cacciatore.

Bene, diciamo che su 296 pagine… tutte e 296 parlano solo di Trisha nel bosco. Ad un certo punto, devo dire la verità e devo essere oggettiva, ho iniziato a sbadigliare. Per carità, la descrizione dei luoghi, la energia e la tristezza che provenivano dal personaggio e l’angoscia del sentimento di sentirsi perduti in un luogo sconosciuto, ti penetrano nella mente facendoti immergere nel racconto, ma avrei voluto vedere, anche per un solo mini capitolo, la situazione al di fuori di quella realtà.

Trisha ogni sera accendeva il suo Walkman e indossava la mantellina per riscaldarsi. Cercava di rimanere in contatto con la realtà, con le voci umani udendo e seguendo le partite dei Red Sox con il loro salva partite numero 36, Tom Gordon di cui Trisha aveva il cappello autografato.

Premetto che, uno dei miei peggiori incubi è quello di perdermi nei boschi mentre faccio una “scampagnata” o così detta “escursione” tra la natura. Questo libro mi ha fatto aver un paio di incubi poco docili a riguardo.


Sistema di valutazione: ★★★★ ☆ | mi è piaciuto molto.

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