Con EAT, Nagabe torna in Italia grazie a J-POP Manga, portando un’opera disturbante, poetica e intensamente umana. Un volume unico che esplora il desiderio, la paura e la fame, sia fisica che spirituale,attraverso personaggi intrappolati tra istinto e tenerezza.
In questa recensione analizziamo temi, simbolismi e il ritorno di uno degli autori più raffinati del manga contemporaneo.
Attenzione: la seguente recensione puo’ contenere spoiler.
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Trama:
Per Lufria, noto per essere l’insegnante di legge più severo in circolazione, l’immagine è tutto. Per gli studenti ritardatari o che infrangono le regole, la tolleranza è zero. Anche se non lo ammetterebbe mai, però, anche il più rigido dei lupi può ritrovarsi a sognare cose proibite. Lufria ama molto osservare l’atto del mangiare e, dopo essere stato aggredito e morso da un suo allievo, si rende finalmente conto del perché: non desidera altro che essere divorato. Un bisogno recondito all’apparenza molto difficile da realizzare… oppure no?
Feedback:
Con EAT, Nagabe torna finalmente in Italia, e lo fa con la forza di un autore che non teme di spingersi nei territori più profondi e controversi dell’animo umano. Pubblicato da J-POP Manga in edizione regular e variant, questo volume unico rappresenta una delle uscite più attese dell’anno — e per chi è riuscito ad accaparrarsi una delle 200 copie limited con firma dell’autore, anche un piccolo tesoro da collezione.
Per chi, come me, ama visceralmente Nagabe, EAT è molto più di un nuovo titolo: è un ritorno a quella poetica oscura e introspettiva che da sempre contraddistingue la sua opera. Ho letto EAT per la prima volta tempo fa, ma rileggerlo ora in questa nuova edizione mi ha riportata a quella stessa, identica sensazione di turbamento e fascinazione che solo lui sa provocare.

E non posso negarlo: tra tutte le sue opere, questa è probabilmente quella che porto più nel cuore.
Se dovessi definirlo, direi che EAT si muove sulle stesse frequenze emotive di The Girl from the Other Side, ma con un tono più carnale, più disturbante, più spinto nella dimensione psicologica e nel simbolismo corporeo.
È un racconto che parla di desiderio, trauma e fame, non solo la fame fisica, ma quella interiore, quella che divora dall’interno chi non riesce a trovare pace con sé stesso.
Il protagonista, Lufria, è un professore di diritto, noto all’interno dell’università come “il sicario” per via del suo aspetto elegante e minaccioso: mantello nero, guanti bianchi, sguardo impenetrabile. Dietro la sua compostezza però si nasconde una mente complessa, segnata da un passato traumatico.
Alle scuole medie, Lufria fu morso da un compagno, Liza — un episodio che segnerà per sempre la sua psiche. Quel morso, doloroso e violento, innesca in lui una pulsione ambigua, un intreccio di paura e desiderio che nel tempo si trasforma in una forma di feticismo: l’attrazione per l’atto di mangiare, per le mandibole che si muovono, per i denti che affondano nella carne.
Ma il punto cruciale di EAT non è il feticismo in sé: è il desiderio di essere mangiato, di essere divorato.
Lufria è un lupo che non vuole cacciare, ma essere preda. E questa contraddizione diventa il cuore psicologico del volume: la ricerca di un annientamento che non è morte, ma una forma estrema di intimità, quasi un ritorno all’origine.
A innescare il conflitto è l’incontro con Gulla, uno studente alto, ingenuo e costantemente affamato. Gulla è un erbivoro, e non dovrebbe mangiare carne, ma ne è attratto, affascinato dal suo sapore proibito. È in lui che Lufria rivede il riflesso del proprio istinto represso: un desiderio che non osa ammettere.
Tra i due nasce un legame ambiguo, fatto di tensione, silenzi e un’intimità che si muove sul filo tra tenerezza e pericolo. A completare il triangolo psicologico interviene proprio Liza, ora docente di psicologia, che torna nella vita di Lufria come un’ombra dal passato, riaprendo la ferita mai guarita.

La scrittura visiva di Nagabe è, come sempre, impeccabile. Il suo tratto delicato e morbido riesce a rendere poetica anche la violenza, a dare un’aura quasi sacra al desiderio. Ogni tavola è costruita con equilibrio e silenzio: i bianchi diventano respiro, le ombre suggeriscono tutto ciò che resta non detto.
Il risultato è un racconto profondamente sensuale e psicologico, dove la fame diventa metafora dell’amore più estremo — quello che vuole divorare e, allo stesso tempo, essere divorato.
A chi ha amato la malinconia di The Girl from the Other Side o la dolce inquietudine di Monotone Blue, EAT offrirà un’esperienza più oscura, più esplicita e, per certi versi, più umana.
Nagabe in questo volume tocca il punto più intimo della sua poetica: la vulnerabilità del desiderio.
Personalmente, considero EAT una delle opere più complesse e riuscite dell’autore, capace di svelare un lato ancora più cupo e maturo della sua sensibilità narrativa.

E confesso che mi piacerebbe moltissimo vedere un futuro spin-off, che esplori la psiche del professore o le origini del legame con Gulla, perché certi personaggi lasciano un segno troppo profondo per restare confinati in un solo volume.
Spero inoltre che EAT possa rappresentare solo l’inizio di una nuova stagione editoriale dedicata a Nagabe in Italia, e che J-POP Manga ci regali presto anche altri suoi inediti, come SMILE.
Perché ogni opera di questo autore è un viaggio nel lato più puro e crudele dell’animo umano — un luogo dove la bestialità e la tenerezza convivono, come carne e spirito. EAT è un volume che non si dimentica. È disturbante, poetico, sensuale e, in fondo, terribilmente vero. E chi ama davvero Nagabe sa che non potrebbe essere altrimenti.

