Tra le mie opere preferite c’è sicuramente ‘Watashi no Shiawase na Kekkon’, la nuova opera editata dalla Jpop con il nome ‘Il mio matrimonio felice‘.
Una storia che ha bisogno di essere letta e ascoltata, con le sue pagine che si arricchiscono di profumo di ciliegio e un passato torrido.
Per chi volesse vivere questa nuova storia romantica consiglio sia la lettura dell’opera, attualmente composta da 4 volumi (tratta dalla light novel), ma si può dedicare anche alla visione dell’adattamento animato.

Trama:
La sua sorellastra aveva tutto: bellezza, una buona educazione, persino poteri psionici. Lei al contrario era la figlia indesiderata: trasandata, senza alcuna educazione né poteri, era considerata alla stregua di una serva. Persino il suo migliore amico, che era sempre stato dalla sua parte, aveva finito per sposare la sua sorellastra. Vista come un fastidio, è stata cacciata di casa e data in sposa ad un uomo che si dice essere orribile e spietato. Ma sono davvero reali le voci sul suo futuro marito?
Cosa ne penso?
‘Il mio matrimonio felice‘, al sentire nominare questo titolo può sembrare una storia banale e piena di cliché che non possa rilevare nulla di nuovo al mondo del lettore, ma così non è.

Miyo Saimori è una ragazza che nasconde tra le mani tante ferite e lavori pesanti, nonostante sia un membro di una delle famiglie che possiede delle abilità sovrannaturali eccezionali; viene trattata peggio di una serva. Lei non era né figlia, né serva, ma era il nulla nella sua famiglia. Dopo la morte di sua madre, il padre ha sposato la donna del suo amore dando alla luce una seconda figlia. Quest’ultima è bionda, con il viso tenero e una grande capacità, a differenza di Miyo dai capelli scuri e rovinati.

Miyo aveva delle piccole speranze che l’aiutavano ad affrontare giorno dopo giorno le ingiustizie, le grida e l’indifferenza: il sapere che ci fosse qualcuno che potesse tenere davvero a lei, come il suo amico di infanzia. Ma nulla va come dovuto, Miyo viene convocata per trattare di un matrimonio e la lieve speranza aveva preso vita sul suo viso per poi sbriciolarsi in pochi istanti.
Sua sorella viene data in sposa a Kouji mentre lei si sarebbe ritrovata a vivere tra le mura della famiglia Kudou, nota per il suo carattere spietato…
‘Quindi… non mi serbi rancore?’
‘Nessun rancore. Ormai ho dimenticato certi sentimenti.’
Una delle frasi d’effetto che mi ha sempre fatto venire i brividi. Quel senso di adattamento al buio, alle cattiverie, senza avere rancori o sentimenti negativi. Una beatitudine nella tristezza. Questo modo di essere si radica dentro Miyo, che è abituata a chiedere scusa per qualsiasi cosa o a tenere il capo chino.
Ci fa capire come questa ragazza, così fragile e spaventata, cerca di crearsi uno scudo per sopravvivere. Miyo è priva di abilità e ha paura di venire abbandonata, di nuovo, per questo.

I primi giorni in casa Kudou si alternano tra malfidenza e una certa curiosità di scoprire cosa si cela dietro agli occhi di quella ragazza fragile. Scopriranno di essere due anime che condividono lo stesso sapore del non essere accettati dalla loro famiglia. Il sentirsi distaccati, diversi, non amati sarà il punto di un nuovo inizio per entrambi.
Nel primo volume scopriamo maggiori sfumature dell’esistenza di Miyo, con le sue paure, le sue fragilità, il suo passato e il suo carattere. Verso la fine, negli ultimi capitoli, scopriremo un lato affettivo di Kudou che lo renderà l’antitetico delle mali voci che girano su di lui.
Perché per me ‘Watashi no Shiawase na Kekkon’ deve essere ascoltata? Non è una storia semplice e non è una storia banale. Parla di abusi e di indifferenza da parte della propria famiglia. Parla di come la forza e il coraggio possano sopravvivere anche dopo gli schiaffi e le urla. Mostra come, nonostante una persona abbia passato la sua vita nel baratro delle incertezze e della negatività, possa trovare il sorriso e una lieve affettuosità verso la vita.

È una storia di coraggio, una storia che dice ‘sì, anche tu puoi essere felice nonostante tutto’. Un modo per sostenere chi si sente amareggiato, lasciato nella solitudine o messo da parte, dalle persone che ritiene essere la sua famiglia.
