Our Dining Table – Bis Volume 2: recensione del manga Boys Love di Mita Ori pubblicato da Flashbook

Ci sono manga che si leggono tutti d’un fiato e poi si dimenticano.
E poi ci sono storie che restano, come il profumo di un piatto cucinato con cura.

Our Dining Table – Bis Volume 2, scritto e disegnato da Mita Ori e pubblicato da Flashbook, appartiene senza esitazioni a questa seconda categoria. È il ritorno di una delle coppie più dolci e genuine del panorama Boys Love contemporaneo: Yutaka e Minoru, ormai insieme da un anno, pronti a fare un passo importante nella loro relazione.

In questo volume, l’autrice non cerca svolte drammatiche o tensioni forzate. Al contrario, sceglie di raccontare la crescita di un amore che si consolida attraverso la comunicazione, il rispetto e la condivisione della quotidianità. Tra gelosie leggere, rapporti familiari complessi e il desiderio di costruire una casa insieme, Our Dining Table conferma la sua natura di comfort manga, capace di offrire calore emotivo senza mai cadere nella banalità.

Se ami i manga Boys Love slice of life, le storie che parlano di famiglia e sentimenti sinceri, e le opere che mettono al centro la cura reciproca, questo volume merita assolutamente la tua attenzione.

Trama: Yutaka e Minoru, che si sono conosciuti mangiando degli onigiri, hanno iniziato a frequentarsi come coppia e mentre vivono una “prima volta” dopo l’altra, le stagioni si susseguono e i due iniziano a parlare di convivenza. Tuttavia, quando Minoru incontra Kanzaki, un compagno di università che ha una cotta per Yutaka, diventa un po’ ansioso…

Recensione

Mita Ori e la delicatezza dell’amore che cresce

Con Our Dining Table – Bis Volume 2, scritto e disegnato da Mita Ori e pubblicato da Flashbook, torniamo in un mondo narrativo che non ha mai avuto bisogno di eccessi per funzionare. Un mondo fatto di tavole imbandite, parole dette al momento giusto, silenzi rispettati e sentimenti che crescono senza clamore.

Dopo aver conosciuto Yutaka e Minoru nei volumi precedenti, questo secondo volume bis non stravolge ciò che già amavamo della serie. Al contrario, lo approfondisce, lo rafforza e lo rende ancora più umano. È una storia che non cerca colpi di scena, ma piccoli passi avanti. Ed è proprio in questi passi che risiede la sua forza.

Un amore che attraversa le stagioni

Yutaka e Minoru stanno insieme da un anno. Le stagioni passano, il tempo scorre, e con lui cresce anche il loro legame. Non siamo più nella fase dell’innamoramento timido o delle esitazioni iniziali: qui ci troviamo davanti a una coppia che ha già imparato a conoscersi, a rispettarsi, a comunicare.

Arriva così un momento naturale, quasi inevitabile: il desiderio di fare un passo in più, di andare a vivere insieme. Non come fuga romantica o gesto impulsivo, ma come scelta ponderata, nata da una quotidianità condivisa e dalla volontà di costruire qualcosa di stabile.

Mita Ori racconta questo passaggio con la sua solita grazia. Nessuna enfasi eccessiva, nessuna drammatizzazione inutile. Solo due persone che si interrogano, parlano, si ascoltano.

La gelosia, senza veleno

Nel corso del volume entra in scena Kanzaki, ex compagno di università di Yutaka, che in passato aveva una cotta per lui. È una situazione che, in molti manga Boys Love, sarebbe stata il pretesto perfetto per creare tensioni artificiose, incomprensioni e silenzi carichi di rancore.

Qui no.

Minoru prova una lieve gelosia, umana, spontanea, ma non tossica. Yutaka, fedele al suo carattere, è immediatamente trasparente: presenta Minoru come il suo fidanzato, senza esitazioni, senza ambiguità. Kanzaki, dal canto suo, non diventa un antagonista fastidioso o insistente, ma una figura matura, capace di accettare la realtà e trasformarla in un’occasione di crescita personale.

Questo incontro dura poco, non sconvolge la narrazione, ma serve a far emergere un lato più “pepato” di Minoru, aggiungendo una sfumatura nuova al suo personaggio senza mai tradirne la dolcezza.

Famiglia, legami e responsabilità

Uno degli aspetti più toccanti di questo volume è il focus sul rapporto di Minoru con la sua famiglia, in particolare con il fratellino minore, il padre e la nonna. Emergono incomprensioni, distanze emotive, disillusioni che non vengono urlate, ma sussurrate.

Minoru si preoccupa profondamente per il fratello più piccolo, soprattutto nel momento in cui decide di trasferirsi e iniziare una nuova vita con Yutaka. Eppure, è proprio il fratellino — nonostante la giovane età — a dimostrare una sorprendente maturità emotiva, comprendendo la felicità di Minoru e sostenendolo con parole semplici ma potentissime.

È bellissimo osservare come questa famiglia, imperfetta ma autentica, diventi più luminosa proprio grazie alla presenza di Yutaka. Non come elemento che “aggiusta” tutto, ma come presenza gentile che porta equilibrio, ascolto e calore.

Una comfort zone che non annoia

La vera forza di Our Dining Table – Bis Volume 2 sta nel suo rifiuto della tossicità narrativa. Qui non ci sono giochi di potere, bugie trascinate per capitoli, gelosie corrosive o drammi costruiti ad arte. C’è invece una storia che parla di famiglia, sentimenti, cura reciproca, generosità emotiva.

È una comfort story, sì. Ma non una comfort story vuota. È una lettura che rassicura senza anestetizzare, che consola senza risultare banale. Mita Ori dimostra ancora una volta di saper “prendersi cura” del lettore, accompagnandolo in una quotidianità che fa bene al cuore.

In un panorama in cui spesso il Boys Love viene spinto verso estremi narrativi sempre più intensi, Our Dining Table sceglie la strada opposta: quella della semplicità, dell’onestà emotiva, dell’amore che non ha bisogno di nascondersi.

Ed è proprio per questo che resta.

Il Guardiano del Faro e il Gabbiano di Kaya Azuma: recensione del manga Flashbook tra Fantasy e Boy’s Love

Ci sono manga che ti catturano con la trama, altri con i disegni, altri ancora con un’emozione difficile da spiegare.
Il Guardiano del Faro e il Gabbiano appartiene senza dubbio a quest’ultima categoria.

Presentato come un manga Boys Love, il primo volume della nuova opera di Kaya Azuma — autrice e disegnatrice di Dear Gene, titolo che resta ancora inedito in Italia ma che meriterebbe assolutamente di arrivare nel nostro mercato — sorprende per la sua natura silenziosa, quasi contemplativa. È una storia che non corre, non forza, non chiede attenzione a gran voce. La ottiene comunque.

Ambientato in un faro isolato, sospeso tra mare e terra, questo manga racconta l’incontro tra solitudine e cambiamento, tra cura e metamorfosi, scegliendo una narrazione lenta e suggestiva che si discosta dai canoni più immediati del genere BL. Un racconto che incuriosisce proprio perché sembra voler andare altrove, almeno per ora.

Se ami scoprire manga che lasciano spazio all’interpretazione, alle sfumature emotive e ai silenzi, sei nel posto giusto.
E se vuoi continuare a parlare di manga, BL, webtoon e fumetti con uno sguardo critico ma appassionato, trovi altre recensioni e contenuti anche sulla mia pagina Instagram @book_dealer_, dove racconto letture, novità editoriali e riflessioni senza filtri sul mondo del fumetto.

Trama: L’anziano Evan è un solitario guardiano del faro. La sua unica compagnia è il gatto Bart. Un giorno salva un gabbiano moribondo trovato in riva al mare. Durante la notte scopre che il gabbiano si è trasformato in un ragazzo.

Recensione

Solitudine, cura e metamorfosi ai confini del mare

Kaya Azuma, autrice e disegnatrice già nota per Dear Gene, un’opera che personalmente spero di vedere prima o poi pubblicata anche in Italia, torna con una storia che conferma una sensibilità narrativa molto precisa: pochi fronzoli, molta atmosfera, e personaggi che parlano più nei silenzi che nei dialoghi.

Il Guardiano del Faro e il Gabbiano, pubblicato da Flashbook, viene presentato come un manga Boys Love. Eppure, leggendo questo primo volume, si ha subito la sensazione che l’etichetta non basti, o forse arrivi troppo presto. Qui non siamo davanti a un BL nel senso classico del termine, ma a una storia di solitudine, di accudimento e di cambiamento, che sceglie di prendersi il suo tempo prima di dire chiaramente dove vuole arrivare.

Ed è proprio questo a renderla interessante.

Una torre, il mare, e una vita ereditata

Evan è il guardiano del faro. Vive solo, in una torre circondata dal mare, collegata alla terraferma soltanto durante le ore di bassa marea, quando una stretta lingua di terra emerge dall’acqua. È una vita scandita da ritmi ripetitivi: dormire di giorno, lavorare di notte, osservare il mare, calcolare rotte, mantenere accesa una luce che serve agli altri, mentre lui resta fermo.

Il suo ruolo non è una scelta improvvisata, ma un’eredità. È stato suo padre a trasmettergli questo compito, insieme ai racconti, alla disciplina e a quella silenziosa accettazione di un’esistenza isolata ma necessaria. Evan non si lamenta, non sogna apertamente altro. La sua solitudine non è drammatizzata: è semplicemente lì, come il mare che lo circonda.

Poi arriva la tempesta.

Il gabbiano

Durante una notte di mare in burrasca, Evan scorge una piccola imbarcazione in difficoltà. Corre sotto la pioggia, sfida il vento, ma quando finalmente raggiunge il punto da cui proviene il pericolo, non trova naufraghi, né superstiti. Trova solo un gabbiano ferito.

Lo porta con sé. Lo asciuga. Lo scalda. Gli resta accanto per tutta la notte, consapevole che quelle ore saranno decisive per la sua sopravvivenza.
E al mattino, il gabbiano non c’è più.

Al suo posto, Evan trova un bambino con delle ali.

È qui che la storia compie il suo vero passo laterale. Non verso il romanticismo, non verso l’azione, ma verso il fantasy.

René e il tempo che accelera

Il bambino misterioso viene chiamato René. Non si sa cosa sia davvero, né come sia possibile la sua trasformazione. La storia non corre a giustificarsi, non fornisce immediatamente regole o spiegazioni. Accetta il mistero come parte integrante del racconto.

René cresce in modo anomalo. In pochi mesi impara a parlare, a leggere, a fare calcoli. Cresce fisicamente, mentalmente, emotivamente, fino a diventare un adulto nel giro di pochissimo tempo. Kaya Azuma usa questa crescita accelerata come strumento narrativo, non come semplice curiosità fantastica: René non attraversa l’infanzia come farebbe un essere umano, e questo influenza profondamente il modo in cui si relaziona a Evan e viceversa.

Il loro rapporto, almeno in questo primo volume, non è romantico. È fatto di cura, di protezione, di presenza. Evan si comporta come qualcuno che accoglie un essere fragile e bisognoso d’amore, non come un uomo che si innamora. René, dal canto suo, osserva, imita, apprende, cercando un posto nel mondo partendo dall’unica persona che gli abbia mai offerto sicurezza.

Ed è proprio qui che il manga cammina su un filo sottilissimo.

Boys Love o qualcos’altro?

Alla fine del volume, Kaya Azuma inserisce una nota molto chiara: il secondo volume conterrà elementi che faranno rientrare pienamente l’opera nel genere Boys Love. È una dichiarazione onesta, quasi preventiva, che sembra voler preparare il lettore a un cambiamento di direzione.

Ed è inevitabile, arrivati a questo punto, fermarsi a riflettere.

Perché il primo volume funziona benissimo anche senza quella prospettiva. Potrebbe essere letto come un racconto autoconclusivo, una storia malinconica e delicata sull’incontro tra due solitudini, sulla trasformazione come evento naturale, sul tempo che scorre in modo diverso per chi vive ai margini.

L’idea che questo legame possa evolversi in senso romantico suscita curiosità, sì, ma anche una certa cautela. Non tanto per un giudizio di valore, quanto per la delicatezza dell’equilibrio costruito fin qui. Sarà interessante vedere come l’autrice gestirà questa transizione, senza tradire il tono intimo e misurato che caratterizza il primo volume.

Un manga che resta addosso

Visivamente, Il Guardiano del Faro e il Gabbiano è coerente con il suo contenuto: linee pulite, atmosfere quiete, un uso dello spazio che enfatizza il silenzio e l’isolamento. Non è un manga che punta sull’impatto immediato, ma sulla persistenza. Ti resta addosso più per ciò che suggerisce che per ciò che mostra.

È una lettura che incuriosisce, che spiazza leggermente, che non cerca di piacere a tutti, ma si rivolge a chi apprezza storie lente, sospese, con un retrogusto malinconico.

In attesa del secondo volume, resta una certezza: Kaya Azuma sa scrivere storie che respirano, e sa farlo senza urlare, senza forzare emozioni, affidandosi a un ritmo antico, quasi fuori dal tempo. Proprio come un faro che continua a illuminare il mare, notte dopo notte, anche quando nessuno sembra guardarlo.
Inoltre tra le prime pagine a colori, sembra esserci un notevole spoiler che scopriremo prossimamente?