Ci sono storie che non si limitano a raccontare. Storie che, invece, sussurrano, scavano, si adagiano nel silenzio di ciò che non viene detto. Wolf in the House è una di queste.
Un manhwa che sfida i confini del Boys’ Love per farsi racconto universale di appartenenza, di ferite invisibili e di legami che nascono dove la logica si arrende all’istinto. Attraverso un disegno raffinato e una narrazione lenta, intima, Park Ji-yeon ci accompagna nel cuore di una relazione che cresce senza clamore, ma con una potenza silenziosa che resta impressa. Non è solo una storia d’amore: è un incontro tra due solitudini — quella di un uomo che ha smesso di cercare, e quella di una creatura divisa tra il mondo umano e quello animale — che, passo dopo passo, imparano a riconoscersi.
Dentro ogni tavola si nasconde una domanda: cosa ci rende davvero umani? E fino a che punto siamo disposti a lasciarci cambiare da ciò che non comprendiamo?
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Trama: Il giovane Minsuk, dopo aver concluso una relazione durata 10 anni, decide di adottare un husky siberiano di nome Bexan per segnare l’inizio della sua nuova vita da single. La convivenza con il suo nuovo amico canino si rivelerà molto diversamente da come credeva…
Cosa ne penso?
𝑾𝒐𝒍𝒇 𝒊𝒏 𝒕𝒉𝒆 𝑯𝒐𝒖𝒔𝒆 non è soltanto una storia d’amore. È un incontro di solitudini, un lento avvicinamento tra due esseri ai margini del mondo.
Un manhwa che parla con la voce del silenzio, con lo sguardo di chi ha perso tutto, e con il corpo di chi non sa più se appartiene a se stesso o a qualcosa di più selvatico, più istintivo, più… altro. Dopo dieci anni di relazione, Minsuk si ritrova a dover ricominciare.
Non con slancio, non con ottimismo, ma con quella stanchezza emotiva che ti fa cercare qualcosa – o qualcuno – che ti tenga compagnia nel vuoto. Così, quasi per caso, adotta un husky siberiano. O almeno… crede sia solo questo. Ma Bexan, con i suoi occhi glaciali e la sua presenza silenziosa, nasconde una verità che trasforma radicalmente la narrazione: di giorno è un lupo, ma di notte è un uomo.
E qui, inizia la vera magia.
In Wolf in the House, il fantastico non è mai solo elemento narrativo. È metafora. Il lupo non è solo l’essere soprannaturale: è l’ombra che tutti ci portiamo dentro. È il lato nascosto che fatichiamo ad accettare, la parte di noi che vive al confine tra desiderio e paura.
Bexan è metà uomo e metà lupo, ma non è questa la sua tragedia: è il non sapere a quale metà appartiene. E Minsuk? Anche lui è diviso.
Umano, razionale, spezzato. Ma pronto – forse senza volerlo – ad aprirsi a qualcosa che va oltre i confini del reale. Nel loro rapporto, l’elemento fantastico si intreccia in modo profondamente umano: non è solo questione di trasformazioni fisiche, ma di mutamenti emotivi.
È il passaggio dalla diffidenza alla curiosità. Dall’inquietudine al bisogno. Dall’accettazione alla cura. In un genere come il Boys’ Love, spesso accusato di romanticizzare legami improbabili o idealizzati, questa storia compie un passo coraggioso: porta nel fantastico la verità di ciò che siamo quando ci sentiamo “al margine” del mondo.
Essere queer, essere soli, essere spezzati: tutto trova uno specchio nella natura duplice di Bexan. E nella difficoltà di Minsuk a decifrare i propri sentimenti, mentre il confine tra amore, paura e compassione si fa sempre più sottile.
Il tratto di Park Ji-yeon è qualcosa che non si dimentica. Elegante, pulito, con quella raffinatezza da illustrazione d’autore che ti fa rallentare lo sguardo per godere ogni singola tavola.
Le espressioni sono leggere ma intense. I silenzi pesano più delle parole. I colori – spesso freddi, desaturati – restituiscono la malinconia di una storia che non ha bisogno di urlare per essere potente. E poi, la composizione: ci sono vignette che sembrano fatte per restare nella memoria.
Sguardi sospesi, tocchi leggeri, mani che esitano. E quella tensione costante tra istinto e controllo che attraversa tutta l’opera.
Il legame tra Minsuk e Bexan non è immediato. Non c’è colpo di fulmine, non c’è romantizzazione precoce.
C’è tempo.
Tempo per imparare a conoscersi, a convivere, a fidarsi.
Ed è questo uno dei più grandi punti di forza dell’opera: il romanticismo è costruito sulle crepe della vita, non sulle idealizzazioni. E cresce lentamente, tra un pasto condiviso, un gesto di cura, una notte in cui i confini diventano più sfocati. E mentre la storia evolve, nuovi personaggi entrano in scena. Non sono mai mere comparse.
Ognuno porta qualcosa, arricchisce l’intreccio, aggiunge complessità ai sentimenti dei protagonisti.
In cinque volumi, la narrazione riesce a restare compatta e coerente, ma densa di emozioni, con un ritmo che alterna con grande naturalezza commedia, dramma e romanticismo.
💭 In conclusione
Wolf in the House è una riflessione travestita da storia d’amore.
Una parabola sulla natura umana, sulle trasformazioni dell’anima, e su quel bisogno ancestrale di sentirsi accolti, anche quando si crede di essere troppo “diversi” per essere amati.
È una storia che commuove, che sorprende, che resta. Perché alla fine, ognuno di noi ha un po’ di Bexan dentro. E forse, anche un po’ di Minsuk.